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La sfida che ci attende: comporre le differenze

di Guido Pier Paolo Bortoni, Presidente dell’Autorità per l’Energia Elettrica il Gas e il Sistema idrico


Come resistere a commentare lo sviluppo dei due paradigmi nel fare-trasportare-risparmiare-stoccare-consumare energia e l’avvicinamento degli stessi tra loro come vere e proprie “convergenze parallele”? Infatti, non vi resisto. E ne scrivo, seppur brevemente, anche sulle colonne di Elettricità Futura, perché il dibattito sulla Transizione Energetica Italiana non è mai inutile: serve infatti a scoprire tante cose che, singolarmente, non dedurremmo facilmente. E di più, perché Elettricità Futura sembra essere, nel mondo associativo, un bel “prototipo” (nell’accezione strutturale del termine) di fusione delle istanze portate dai nostri paradigmi.

Prima un passaggio sui neologismi – dicono – a me assai cari. In verità, trattasi di rispolverare dei termini del greco antico utilizzati addirittura nell’antico Egitto per tutt’altra materia che l’energia-clima ma che si attagliano alla perfezione ai nostri due paradigmi energetici. Ne ho fatto uso addirittura nella Relazione Annuale 2017 al Parlamento.

Il primo, il più nuovo dei due, risponde al nome di “demotico” e corrispondeva ai segni grafici di uso semplificato che implementavano la versione popolare dei geroglifici egizi. L’energia demotica è oggi il contenitore delle esperienze di tanti, tantissimi prosumer italiani (quasi un milione) che vogliono e possono fare energia: do-it-by-yourselves. Fuori dal demotico, sta il secondo paradigma, quello classico del fare energia, vale a dire quello specializzato o meglio delle economie specializzate, cui siamo abituati dalla seconda rivoluzione industriale in poi. Lo chiamerei “ieratico” – cioè dei professionisti dell’energia – incurante del fatto che questa parola, in italiano, ha ormai assunto un’accezione più comportamentale che oggettiva.

Il paradigma demotico, figlio della politica ambientale impostata dall’Europa tradottasi anche in Italia in politiche pubbliche grazie ad una larga sensibilità diffusa per la sostenibilità energia-clima e della penetrazione sinergica della digitalizzazione nel mondo energetico, trae il suo vantaggio sia dall’effervescenza tecnologica di questi ultimi anni sia dal miglioramento dei segnali di prezzo presso l’utenza introdotto con la regolazione “capacitante” dell’Autorità.

Ma il demotico non può immedesimarsi esclusivamente nel paradigma green, pur essendo eminentemente basato sullo sfruttamento delle energie rinnovabili - per definizione - “disperse” sul territorio, né va confuso con il paradigma delle “piccole” iniziative – volumetricamente parlando – perché si stanno affacciando strumenti di aggregazione di prosumer anche organizzati in Local Energy Communities o LEC (cfr la proposta della Commissione Europea contenuta nel Clean Energy Packages for All Europeans). Infatti, da un lato entro la sfera di un prosumer possono venire a declinarsi tanti modi smart di fare bricolage energetico (si pensi all’accumulo ed all’efficienza energetica), dall’altro le iniziative rinnovabili su larga scala – si spera – saranno ancora appannaggio anche del mondo professional nell’energia (si pensi all’integrazione delle stesse nel mercato elettrico).

Del paradigma ieratico o professional è importante sottolineare la tensione che oggi lo permea e che assomiglia tanto ad una ricerca di una nuova identità per il prossimo futuro. Nelle aziende si parlerebbe di riposizionamento del business a fronte di un cambiamento repentino e non ostacolabile introdotto dal modo demotico. Ed è tutta la filiera dei professionisti dell’energia ad essere coinvolta in questo grande ripensamento dei modi di fare energia. Dopo un primo smarrimento iniziale dal 2010 in poi, la filiera ieratica si sta rimboccando le maniche e sta superando lo smarrimento di identità. Qualche esempio: la conversione di parte delle reti di distribuzione in smart grid, il concepimento delle reti con minore fattore di utilizzo in prelievo di energia a vantaggio di una maggiore “naturalizzazione” in potenza, la trasformazione della rete di trasmissione in piattaforma sistemica di servizi (si pensi all’inclusione della domanda e delle fonti rinnovabili diversamente programmabili come fornitori di servizi per il dispacciamento, vale a dire per la sicurezza del sistema) piuttosto che un perimetro di asset per la logistica energetica dal centro alla periferia, l’accelerazione della elettrificazione presso le applicazioni d’utenza, la flessibilizzazione del parco termico a gas ormai chiamato a non essere più “sedentario” come all’inizio secolo, la funzione di aggregatore richiesta ai grossisti/trader dalla clientela diffusa e anche dalla generazione distribuita, le sorti progressive degli accumuli quanto a loro applicazioni sia diffuse che concentrate presso le reti, ed altro ancora. Potrei continuare con una lunga lista, ma tedierei il lettore.

Da Regolatore (ancora per qualche tempo) affermo ripetutamente la necessità di coniugare le regole in modo tale che ciascun paradigma possa avere il massimo sviluppo possibile (meglio: sostenibile) nell’ambito delle linee di politica energetica vigenti, con il minimo di interferenze, conflittualità, stranded cost, oneri impropri, sussidi incrociati, concorrenze sleali ed ogni altro genere di disarmonie comunque denominate.

Ecco perché la Regolazione italiana, assolutamente di osservanza europea, è via via evoluta come un atelier con un menù di opzioni regolatorie – nient’affatto in contrasto tra loro - ciascuna finalizzata a contribuire ad una specifica esigenza a supporto di obiettivi di interesse generale nell’ambito del noto trilemma europeo: sostenibilità, competitività e sicurezza dell’energia.

I nostri strumenti regolatori realizzano per il demotico diversi istituti finalizzati al suo sviluppo: dallo scambio sul posto che potrà evolvere in scambio sul perimetro nel caso delle LEC alla disciplina per l’integrazione degli accumuli presso il prosumer, dalla regolazione per la connessione degli impianti di generazione distribuiti alle discipline per il ritiro dedicato, solo per indicarne qualcuno.

Per l’altro paradigma, quello specializzato, mi sia consentito di porre qui qualche riflessione su due importanti sviluppi tanto indifferibili quanto essenziali. Mi riferisco al mercato della capacità per la generazione con una producibilità deterministicamente certa ai fini dell’adeguatezza del sistema e dei nuovi meccanismi di sostegno della nuova produzione da fonti rinnovabili su larga scala, appunto professional.

Innanzitutto, una considerazione generale e preliminare sul tipo di concorrenza che si intravede all’orizzonte. In un futuro contesto elettrico che spesse volte ho richiamato come sempre più capacitivo (i motivi sono ancora una volta da addurre alla prevalenza nel mercato elettrico delle fonti rinnovabili con costi fissi elevati e preponderanti rispetto a quelli variabili), ogni meccanismo che fa appello al solo criterio energy-only, vale a dire basato sui ricavi da produzione effettiva di energia, è destinato presto o tardi ad essere dislessico. E con questo è altresì destinata ad obsolescenza la modalità con cui siamo abituati a vedere la concorrenza tra iniziative di generazione tutte realizzate nello stesso spazio contestuale. Assai più robusta sarebbe una concorrenza “nel tempo” delle diverse iniziative di produzione, vale a dire una concorrenza nella realizzazione delle diverse iniziative piuttosto che una “guerra per produrre” tra iniziative già realizzate. Si sa - o almeno questa è la mia visione - che il tempo è superiore allo spazio anche nell’energia. Ma ad oggi non sappiamo se prevarrà questo approccio temporale di concorrenza nel mercato. In ogni caso, sarà necessario dotarsi di una visione allungata dei segnali di mercato; diversamente, non saremo in grado di tenere conto delle esigenze emergenti dal nuovo contesto.

Il mercato della capacità italiano, sviluppato per le esigenze di adeguatezza del sistema (congruenza del parco di generazione in rapporto al fabbisogno elettrico nazionale secondo certi standard), è un precursore della visione allungata per la sua capacità di produrre segnali di medio-lungo termine nei mercati capacity ed energy.

Analogamente, in questo mondo di segnali di prezzo dilatati nel tempo e senza incentivi espliciti, vi è l’esigenza di assicurare schemi contrattuali per le fonti rinnovabili che non hanno ancora raggiunto la c.d. market parity o che, pur essendo in market parity, soffrono di mancanza di certezze del business plan. Occorre che questi nuovi schemi contrattuali, da un lato, coprano la maggior parte dei rischi di mercato delle nuove rinnovabili in un contesto già ad alta penetrazione di fonti rinnovabili che potrebbero “cannibalizzarsi tra loro”; dall’altro, siano tali da tener conto degli andamenti dei mercati dell’energia su un orizzonte pluriennale per garantire adattabilità dei contratti medesimi alle mutazioni di sistema.

Saremo in grado di produrre questi strumenti così sofisticati ed innovativi? Non è garantito il successo ma l’unico che può tentare è il Regolatore, strumentatore per eccellenza sia in contesto nazionale che europeo. Ed il Regolatore italiano ha una marcia in più avendo dovuto affrontare questi temi da diversi anni in un costante e costruttivo dibattito con gli stakeholder che non fanno di certo sconti sulla effettività delle soluzioni regolatorie via via trovate. Ma questo, al di là della fatica regolatoria di essere sempre in cammino, è un bene. Induce in tutti pragmatismo dinamico ed ancoraggio al contesto, merci sempre più scarse nel mondo di oggi dominato da tendenze, a dir poco, apodittiche.

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