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Nulla si crea e nulla si distrugge. Ma tutto si trasformerà, velocemente

di Giovanni Valotti – Presidente Utilitalia

 

I cambiamenti registrati negli ultimi decenni nel settore dell’energia sono stati sicuramente importanti, ma verranno probabilmente derubricati dai libri di storia come “minori” rispetto a quelli che il comparto sarà chiamato a vivere nel prossimo periodo.

Proprio in questi giorni l’Europa è al centro del dibattito mediatico, da molti giudicata incapace di accompagnare l’unione monetaria con una vera integrazione di carattere politico. Tuttavia se c’è un ambito nel quale le Istituzioni europee hanno giocato e giocheranno un ruolo decisivo, questo è proprio quello dell’energia.

Il Clean Energy Package for all Europeans ha disegnato linee di trasformazione del settore nette e in larga parte condivisibili, le quali non a caso trovano ampio riscontro nei documenti di programmazione nazionale, a partire dalla nostra SEN.

Siamo, tuttavia, in una fase di incertezza politica anche a livello nazionale, che rende al momento meno definito il quadro evolutivo dei prossimi anni.

Ma qualunque sia l’assetto futuro di Governo del Paese, difficilmente questo sarà in grado di cambiare radicalmente i trend di trasformazione di un settore sempre più integrato su scala sovranazionale e convergente rispetto agli obiettivi strategici.

Infatti, quando i Paesi europei hanno deciso di ridisegnare la politica energetica comunitaria mettendo in primo piano le esternalità ambientali hanno compiuto una scelta giusta se non obbligata, almeno per due ragioni. La prima, pragmatica, è che l’industria europea ha bisogno di alzare l’asticella della frontiera tecnologia dell’innovazione, al quale il tessuto delle imprese comunitarie è portata, ed ambire alla leadership mondiale del nuovo paradigma di sviluppo sostenibile ed economia circolare.

Ciò sembra particolarmente coerente con la capacità del nostro Paese di proporre eccellenze nella componentistica e nelle applicazioni industriali, ma anche con la necessità di convertire parte della produzione nazionale in nuove tecnologie e attenuare il peso delle importazioni – soprattutto quelle di energia – nel bilancio statale.

Il secondo motivo, che ora più che mai si rivela strategico, riguarda la salvaguardia ed il riuso delle risorse naturali e ambientali, perno di una crescita sostenibile in grado di valorizzare la qualità della vita dei cittadini europei. Su questo aspetto devono concentrarsi i prossimi passi di una politica energetica sempre più integrata con la strategia ambientale e le scelte di pianificazione del territorio, a partire dall’impatto sulla qualità della vita dei cittadini.

Disegnare politiche efficaci vuol dire, infatti, abbracciare tutti i tasselli dell’antropizzazione, ed in particolare il consumo delle risorse più importanti che abbiamo a disposizione, come l’acqua, l’aria, il suolo. Le tecnologie che possono contribuire a questi obiettivi sono già mature e il mercato può contribuire alla loro disseminazione, con una consapevolezza relativa al concetto di sostenibilità da parte di imprese e di una società civile sensibilmente cresciuta nell’arco dell’ultimo decennio.

Tante sono le cose da fare. In cima alla “lista della spesa” merita però di essere messo il tema dell’efficienza nell’utilizzo dell’energia e delle altre risorse naturali, anche perché sottintende le basi sulle quali deve poggiare la crescita del nostro sistema industriale e socioeconomico: infrastrutture più moderne e digitalizzate, servizi accessibili ed efficienti anche dal punto di vista ambientale, sviluppo delle filiere dell’economia circolare.

A partire dalla considerazione, avanzata dalla stessa SEN, che l’importante riduzione dei consumi energetici in valore assoluto realizzata nello scorso decennio renderà ostico raggiungere gli obiettivi di risparmio al 2030 (e oltre) con una semplice traiettoria inerziale.

In particolare le aree urbane giocano un ruolo di primo piano in questo percorso di transizione energetica, come volàno per lo sviluppo sostenibile dell’intero sistema. Innanzitutto perché sono luoghi su cui investire e sperimentare, migliorando la qualità della vita delle persone e rilanciando la competitività delle nostre imprese. Ma anche perché dalle città vengono molte di quelle esternalità negative per l’ambiente, dovute ai fenomeni di congestione che si verificano in particolare in queste aree, che vanno intercettate e limitate.

Per dare qualche numero, si pensi che nel 2017, trentanove capoluoghi di provincia hanno superato il limite annuale per le polveri sottili per più di trentacinque giorni, con cinque città dove il limite è stato sforato addirittura più di cento volte. E’ noto che trasporti ed impianti di riscaldamento rappresentano i principali responsabili di questa situazione. Chiaro quindi che un processo di elettrificazione dei consumi urbani, accompagnato allo sviluppo delle reti di riscaldamento ed all’utilizzo dei biocarburanti, rappresenta un tassello indifferibile del ridisegno del mix energetico.

All’interno di questo quadro sarà inoltre sempre più importante l’esercizio di un ruolo attivo da parte del consumatore, anche grazie allo sviluppo delle nuove tecnologie, prima fra tutte lo sviluppo dello smart metering come condizione essenziale per abitazioni più intelligenti e autosufficienti dal punto di vista energetico.

Certo è che, se leggiamo queste trasformazioni dal punto di vista dell’impatto sul sistema delle imprese, è ragionevole pensare che il quadro evolutivo richiederà un approccio industriale solido che non lascerà spazio alle inefficienze.

Le imprese dovranno infatti fronteggiare un contesto sempre più competitivo, con un rilevante fabbisogno di investimenti dedicati soprattutto all’innovazione tecnologica, operando a margini unitari decrescenti a fronte di una progressiva riduzione dei prezzi di vendita e della remunerazione per la gestione delle reti, in uno scenario fortemente orientato alla riduzione dei consumi e alla compatibilità sul piano ambientale, oltre che alla messa in discussione di tutto il sistema degli incentivi che ha caratterizzato i decenni passati.

Inevitabilmente questo porterà ad una razionalizzazione dell’offerta e ad un processo di selezione dei player di mercato, che premierà quelli capaci di restare competitivi in uno scenario di sicura più difficile gestione. La scala dimensionale conterà molto, così come le alleanze tra operatori nei territori e lungo la filiera potranno rappresentare una delle principali risposte per mettere in campo quelle risorse e competenze che le singole imprese difficilmente potranno garantire.

In sintesi, siamo davanti ad una fase di profonda e accelerata trasformazione. Solo chi saprà rapidamente adeguarsi, nel breve periodo e attraverso strategie lungimiranti, potrà cogliere tutte le opportunità che, accanto agli innegabili pericoli, accompagnano storicamente tutte le fasi di discontinuità.

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