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News Room / Scelti da noi / 04-11-2020

Allarme dei produttori di energia: «Italia nei target Ue solo nel 2085»

Articolo del Sole24Ore sulla Fiera ECOMONDO in versione digitale


Nei padiglioni virtuali della fiera Ecomondo in versione digitale c’è umore cattivo. Le facce corrucciate e i toni tristi negli schermi del telelavoro sono anche per la brutta figura dell’ennesimo “click day” finito nella paralisi informatica — ieri le forche caudine sono toccate al buono sconto statale su bici e altri veicoli a basso impatto ambientale — ma soprattutto per l’abisso che divide le promesse entusiaste dei politici dal pessimismo delle imprese verdi. Un esempio fra tutti: secondo Elettricità Futura (l’associazione confindustriale delle società elettriche) le norme attuali impongono che entro il 2030 si costruiscano centrali a energia rinnovabile per 65mila megawatt. E, stando ancora alle norme attuali, quando sarà possibile conseguire questo obiettivo già modesto del 2030? Nel 2085.

Questo accade perché le norme attuali rendono impossibile costruire le centrali che gli investitori e l’ambiente esigono. Per avere un’idea dei tempi, è come se nel 1955 (quando c’era il Governo Scelba, una Fiat 600 Berlinetta costava 600mila lire e una Nsu Prinz 700mila lire) i politici avessero programmato un piano di investimenti da completare nel 1965 ma effettivamente realizzabile nel 2020. La dimensione dell’assurdo è monumentale.

Ieri è stata la prima imbronciata giornata di Ecomondo, la ventiquattresima edizione della fiera dell’ambiente e della sostenibilità che dai padiglioni della fiera di Rimini l’Italian Exhibition Group ha dovuto dematerializzare nella virtualità informatica, causa quarantena. A fianco di Ecomondo si sono svolti i consueti eventi degli Stati Generali della green economy (edizione numero nove) e di Key Energy, la sezione dedicata all’energia pulita e all’efficienza energetica.

I dati presentati dal coordinatore degli Stati Generali della green economy, Edo Ronchi, dicono che sembrano sfuggire fra le dita gli obiettivi ambientali che un anno fa sembravano a portata di mano. Colpa dell’epidemia virale ma anche di una società dispersiva e poco coesa: quel divario che si allarga fra chi parla e chi fa. 
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