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News Room / Scelti da noi / 28-01-2021

Rinnovabili vs burocrazia

“Dobbiamo almeno quadruplicare il ritmo di installazione”. Stando alle parole del viceministro dell’Economia Antonio Misiani, (in queste ore già ex viceministro) pronunciate in occasione del tavolo organizzato in dicembre dall’associazione Transizione ecologica solidale (Tes), il 2020 si è concluso con la volontà del Governo italiano di rilanciare le energie rinnovabili. 

Al momento il problema più grosso, dopo quello non da poco di trovare un nuovo Governo, sembra “solo” di carattere burocratico, ma non è poca cosa perché questa inerzia sta rallentando gli investimenti nel settore e con loro il nostro ritmo di crescita con il quale al momento i target dell’Unione europea sulla produzione di energia green sono impossibili da raggiungere. Con l’attuale crescita annua a passo di lumaca, +1 GW l’anno, gli obiettivi del 2030 li raggiungeremmo nel 2085. “Ci vuole una spinta maggiore sulla semplificazione delle norme attuali – ha spiegato sempre in quell’occasione lo stesso Ministro delle Politiche europee Vincenzo Amendola –, altrimenti si rischia di perdere le risorse europee del Recovery Fund”. Occorre quindi pensare a come sbrogliare la matassa dal punto di vista normativo, anche attraverso una pubblica amministrazione che si dimostri capace di gestire il Recovery Plan predisponendo un pacchetto di norme che riguardi le rinnovabili e renda l’applicazione del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec) una priorità nazionale.

Intanto l’Italia rinnovabile non è rimasta ad aspettare. Secondo il Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) negli ultimi 5 anni il solare fotovoltaico ha subito una vera e propria rivoluzione, passando dagli incentivi al consolidamento, grazie all’attuale slancio dato dall’innovazione tecnologica. Oggi il settore del fotovoltaico è sempre più sostenibile rispetto alle fonti tradizionali, anche in assenza di incentivi statali, e ha raggiunto prima del previsto la “grid parity”, cioè la “parità” fra il costo di produzione dell’energia da fonte rinnovabile e il costo di acquisto dell’energia prodotta da fonti convenzionali e prevalentemente fossili. Un traguardo che solo pochi anni fa sembrava irraggiungibile e che ora apre la strada a una maggiore diffusione delle energie rinnovabili. Secondo una recente analisi realizzata dal gruppo di investimenti EOS IM su dati International Technology Roadmap for Photovoltaic “L’investimento nell’energia rinnovabile da fonte solare gode oggi di un vantaggio per cui il costo si è ridotto di quasi il 30% dal 2015 al 2019 […] permettendo il raggiungimento delle condizioni di indipendenza economica degli impianti solari senza necessità di sussidi pubblici. In 30 anni la degradazione dei pannelli solari, grazie al cambio di tecnologia, è diminuita di 14 punti percentuali, permettendo una mitigazione sostanziale del rischio regolatorio, con un contestuale aumento della produzione annua di energia garantita. Inoltre, abbiamo oggi un minore impatto ambientale legato al decommissioning, ovvero allo smaltimento, oltre ad una notevole riduzione delle superfici occupate”.

L’impatto in termini di indotto per l’economia reale di questo settore, anche in termini di occupazione e valorizzazione del territorio ha convinto Elettricità Futura di Confindustria  a lanciare lo scorso novembre la campagna social “La transizione energetica: dalle parole ai fatti! per diffondere la cultura della transizione energetica e i successi raggiunti nel campo del riciclo dei pannelli solari. Per i produttori di energia legati a Confindustria “Quello elettrico è di fatto uno dei settori più legati all’economia circolare, dall’efficienza energetica allo smaltimento dei rifiuti. Con le tecnologie attuali si arriva tecnicamente a poter riciclare il 90% dei materiali dei pannelli fotovoltaici. La prospettiva tecnologica ci suggerisce un incremento di questa percentuale, grazie anche all’utilizzo di materiali innovativi”. Un’ipotesi supportata anche dall’International Renewable Energy Agency: “Se al 2050 riutilizzassimo in un’ottica di economia circolare i 78 milioni di tonnellate di quantitativo di materiale degli impianti fotovoltaici a fine vita, avremmo come benefici 15 miliardi di dollari in termini di ricchezza in nuove aziende e posti di lavoro locali e qualificati per il recupero dei materiali e la possibilità di ottenere 2 miliardi di nuovi pannelli che a loro volta potrebbero creare 630 gigawatt di nuova capacità elettrica”. Insomma puntare sull’economia circolare vuol dire anche dare una seconda vita ai pannelli fotovoltaici, facilitando il riutilizzo di componentistiche ancora funzionanti e favorendo lo sviluppo di un importante  mercato secondario. 

Il Green Deal è quindi un’opportunità di sviluppo economico e sociale per il Paese. Il settore energetico potrebbe generare enormi benefici sull’occupazione mobilitando nei prossimi 10 anni in Italia nel solo settore elettrico, circa 50.000 nuovi occupati permanenti al 2030 e 40.000 nuovi occupati temporanei annui, per un totale di 90.000 nuovi occupati al 2030. Per questo la campagna delle imprese di Elettricità Futura per il Green Deal non si ferma al fotovoltaico, ma punta a tenere alta l’attenzione dei media riguardo alla necessità di impiegare le risorse del Recovery Fund per la transizione energetica. Per Elettricità Futura, nonostante la competitività del fotovoltaico anche senza incentivi, “Per raggiungere il target del Green Deal 2030 è necessario realizzare in Italia almeno 65 GW di nuova potenza da fonti rinnovabili entro il 2030. In questo contesto ambizioso, acquistano significato le iniziative finalizzate a dare nuovo impulso agli investimenti per l’ulteriore sviluppo delle fonti rinnovabili. L’Italia dovrà mettere in campo azioni e politiche per favorire gli investimenti nelle rinnovabili, definendo regole chiare e armonizzate per realizzare impianti che producano più energia verde e a prezzi competitivi”. Oltre al fotovoltaico è necessario migliorare l’efficienza anche dei parchi eolici, lavorando anche qui soprattutto sulla semplificazione normativa, visto che “La durata delle procedure autorizzative per l’eolico è nel nostro Paese pari a 5 anni, di gran lunga superiore a quella stabilita dalla Direttiva RED II di un anno, massimo due per casi eccezionali”. 

Se il 70% dell’energia elettrica consumata in Italia dovrà provenire entro il 2030 da fonti rinnovabili, nel 2030 dovremo raggiungere circa 120 GW di potenza da fonti rinnovabili rispetto ai 55 GW attuali. Un incremento che sembra ancora utopistico, se consideriamo che dovremmo costruire ogni anno impianti per 6,5 GW. Insomma, per conseguire gli obiettivi del Green Deal e la proposta di innalzare il target di decarbonizzazione europeo dal 40% ad almeno il 55%, il nostro Paese dovrà impegnarsi attraverso un Piano al 2030 ben più ambizioso dell’attuale Pniec e dovrà farlo iniziando dalla semplificazione normativa. Non consola sapere che dei 57 interventi (10 ore di dichiarazioni) che il 19 gennaio al Senato hanno portato all'attuale crisi di Governo, solo uno ha toccato da vicino i temi energetici ed ambientali. Eppure il “Recovery Plan”, su cui hanno fatto scivolare il Governo, dovrà destinare almeno il 37% degli investimenti per la transizione ecologica. Vi pare normale?

L'articolo pubblicato sulla testata unimondo.org è disponibile al seguente link.

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