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EF: lo scontro tra visioni del mondo appartiene al passato

Condividiamo l'intervista di Simone Mori a Staffetta sull'ingresso in Confindustria Energia e i maggiori temi di attualità: dalle polemiche sul capacity market, al decreto Fer, il tavolo automotive, i target al 2030 tra aste e Ppa, il phase out del carbone, la fine della tutela e le norme sull'ecobonus

Affrontare le sfide partendo dalle convergenze e da ciò che “si può fare subito”, per discutere poi di ciò che divide, “magari accorgendosi che le distanze non erano così grandi”. Simone Mori, primo presidente di Elettricità Futura, spiega così il proprio metodo di lavoro. Un approccio che ha favorito la non semplice fusione tra elettrici convenzionali e rinnovabilisti, portata termine nel 2017, e anche il recentissimo ingresso in Confindustria Energia da socio effettivo, spiega in un'intervista a tutto campo con la Staffetta, in cui tocca i maggiori temi di attualità: dalle recenti approvazioni di capacity market e Dm Fer, al Piano energia clima, fino al fine tutela e alle norme del dl crescita sull'ecobonus.

E' di queste ore l'ingresso in CE da socio effettivo, un passo previsto ma che da anni restava sulla carta, cosa ha sbloccato la partita?

Devo dire che è stata una cosa semplice, insieme ai vertici e alla struttura di CE abbiamo iniziato a riflettere sul fatto che la nostra presenza come aggregato fosse oggettivamente un po' strana. Siamo un'associazione grande, di fatto rappresentiamo un intero settore. Inoltre abbiamo ormai superato la fase di dicotomia nella visione del mondo: su molte cose, com'è normale, abbiamo sensibilità diverse, ma sulle tematiche di fondo della transizione energetica, gli investimenti, la decarbonizzazione, il mercato, i nuovi modelli organizzativi, delle competenze e del lavoro, abbiamo una visione molto comune e integrata. Per questo abbiamo pensato fosse il momento di concentrarci nel fare questo passaggio. Al nostro interno c'è stato un dibattito molto franco, non era ovvio che tutti dall'inizio capissero, però alla fine siamo passati con un voto all'unanimità, con una sola astensione, all'interno del Consiglio Generale, e abbiamo avuto anche il supporto del vertice e del Comitato Strategico, che ne ha capito la valenza.

Un esempio di visione comune?

Elettricità Futura ha partecipato al tavolo automotive lanciato dal presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, per trovare una posizione che valorizzi la filiera italiana in questa transizione profonda del settore. Naturalmente su questo ci sono sensibilità molto diverse tra chi si occupa di elettrico e chi di combustibili fossili. Alla seconda riunione del tavolo la presentazione del capitolo sulle tecnologie è stata fatta per metà dal presidente di CE (Giuseppe Ricci) e per metà da me. Ovviamente enfatizzando alcune differenze di vedute ma c'è l'idea che c'è un processo che va avanti.

Nell'automotive la pensiamo allo stesso modo ad esempio sulla necessità di fare investimenti, che lo sviluppo delle infrastrutture avvenga nel rispetto dell'ambiente ma anche in un quadro di diritto certo e con una regolazione chiara e tempi brevi.

Come si concilia la vostra visione sull'automotive con quella di chi sostiene la necessità di decarbonizzare la filiera dei carburanti liquidi, come UP?

Se entriamo nel dettaglio dei punti è chiaro che abbiamo posizioni diverse. Ad esempio noi riteniamo che ci siano nella normativa europea alcune deviazioni dal concetto di neutralità tecnologica, e non riguardano l'elettrico. Loro, segnatamente UP, hanno una posizione diversa dalla nostra sul target 2025. Legittimamente sostengono che la tecnologia elettrica non sia l'unica che può dare un contributo alla decarbonizzazione dei trasporti, noi che darà il principale e più evidente contributo, soprattutto nel periodo breve-medio per il trasporto privato urbano. Mettendo insieme questi elementi, però, viene fuori un quadro che ha enfasi diverse ma non contraddizioni.

Altro ambito in cui non è semplice armonizzare le visioni è la sostituzione dell'elettrico al gas nei consumi civili. E' una questione di tempi, visto che quelli del green gas non saranno brevi: che si fa nel frattempo?

C'è un tema di scale temporali ma anche qui credo ci sia una visione condivisa: che la decarbonizzazione è importante, che l'efficienza energetica anche dell'heat e cooling è importante e le tecnologie offrono grandi possibilità di sviluppo e miglioramento. E' chiaro che gli elettrici ne vedono più alcune, i “combustibilisti” altre. Ma c'è talmente tanto da fare… Quello che abbiamo scoperto in EF è che quando c'è un processo di cambiamento in atto, l'atteggiamento corretto non è focalizzarsi su componenti specifiche ma chiedersi “la direzione è quella giusta?” Una volta individuata la direzione ci lavoriamo e solo poi ci occupiamo degli aspetti specifici. Ad esempio non si sente nessuno dire che gli obiettivi di decarbonizzazione non siano giusti, o che i target del Pniec siano sbagliati. E il Piano fa delle scelte importanti, si può pensare che alcune siano difficili da realizzare nei tempi definiti, che c'è molto da lavorare, ma nessuno dice che l'impianto sia sbagliato. Per questo tendo a essere ottimista.

Può indicare due o tre punti programmatici, cose sui cui lavorerete insieme in CE nei prossimi anni?

Uno l'ho già citato: un lavoro di sensibilizzazione sul tema delle infrastrutture, unendo tutela dell'ambiente a velocità, certezza del diritto, snellezza amministrativa. Un secondo tema su cui siamo entrati più volte: oggi si sta discutendo coi sindacati la revisione del contratto collettivo, e il lavoro di domani cambia, abbiamo il dovere come sistema imprenditoriale di aiutare il nostro Paese a crescere dal punto di vista della capacità di formare i ragazzi per metterli in condizione di cogliere tutte le opportunità del cambiamento. Il Pniec vale circa 30mila posti di lavoro all'anno, questo significa anche cambiare in certi casi il mix, trovare nuove competenze, e anche uscire dalle camicie di forza di alcune previsioni dei contratti. Nel caso elettrico chiaramente non siamo adeguati ai tempi, serve una riflessione profonda anche per indicare miglioramenti dal punto di vista dei processi educativi e di recruitment, di job definition. Ne ho parlato sia col presidente che col direttore generale e c'è una sensibilità molto vicina.

Si è parlato di possibile convergenza dei contratti…

Al momento abbiamo contratti diversi e li stiamo discutendo separatamente, però alcune problematiche sono simili. Tra queste certamente la presenza di una gabbia contrattuale che poco si presta a descrivere la realtà. Non è un caso che tutto quello che sta avvenendo di nuovo spesso sia fuori dei nostri contratti, si muova su contratti diversi più agili. Il mondo delle rinnovabili va col contratto dei meccanici perché in esso trova uno strumento più rispondente.

L'ingresso in CE potrebbe acuire le tensioni col mondo ambientalista/rinnovabile, con cui proprio nelle ultime settimane c'è stata tensione, ad esempio sul capacity market?

Non credo, il 90% delle rinnovabili del Paese è con noi e ci hanno appoggiato compattamente, ritenendo in modo a mio avviso inequivocabile che senza capacity market non si chiude il carbone e non si fanno le Fer che si devono fare, perché mancano le risorse di backup necessarie. Questo in aggiunta al tema di fondo che senza CM mettiamo a rischio la sicurezza degli approvvigionamenti del sistema italiano.

Compattamente salvo alcuni...

Sul capacity ho fatto affermazioni che a tutt'oggi non sono state messe in discussione, nemmeno da chi ci attaccava: chi non lo voleva non ha mai fatto capire cosa avesse in mente per risolvere il problema, non c'era una proposta, salvo di prendersi più tempo – peraltro dopo setto-otto anni che ne stiamo parlando. Alla fine di quest'anno a causa del nuovo regolamento Ue gli schemi già approvati decadono e tutti i contratti non ancora firmati dovranno ripartire da zero: con uno schema nuovo da rinotificare, con un nuovo metodo che non è stato ancora mai applicato, più complicato, che prevede un'analisi europea (dell'adeguatezza, ndr) etc. Non so se ci avremmo messo altri sette anni ma certamente l'obiettivo del 2025 diventava irraggiungibile. Governo, Autorità e Terna hanno mostrato grande pragmatismo. Al Mise sono stati rigidi su alcuni punti fissi della loro visione: per garantire la chiusura del carbone hanno voluto escluderlo dal modello, quindi è stato necessario ripartire con una rinotifica. Un atteggiamento duro, difficile ma coerente, sulla cui base hanno lavorato in modo tempestivo, tant'è che dalla notifica all'approvazione sono trascorsi non più di due mesi, ciò dimostra che hanno fatto un buon lavoro.

Dimostra anche che a bloccare in questi anni il dossier è stata una mancanza di volontà politica.

Sicuramente in passato c'era una percezione meno diffusa che questo strumento fosse indispensabile. Oggi è talmente evidente, che nessuno può negarlo. Si può dire che oggi negarlo equivale ad avere un atteggiamento di conservazione, dell'esistente.

Ma perché non aspettare un altro anno e fare le aste in autunno 2020 con lo schema adeguato al regolamento? Con la stessa volontà politica, forse ci si sarebbe arrivati…

Perché quello che cambia è il meccanismo di valutazione, completamente inedito, basato esclusivamente sulla visione integrata europea. In dieci mesi, ripartendo da zero non ce l'avremmo fatta assolutamente. C'è anche chi ha proposto di usare il meccanismo della riserva strategica. Come tutti gli strumenti ha vantaggi e svantaggi. Lo svantaggio, che il nostro non ha, è che divide il mondo in impianti di classe A e B. Lo svantaggio del nostro è che essendo basato su dinamiche di mercato ha una dimensione di volatilità con cui fare i conti: l'esito non è ovvio, dipenderà dagli operatori, dalla loro visione del futuro, insomma è un mercato vero. Su questo abbiamo avuto un dibattito interno e alla fine lo abbiamo tagliato non tanto sulla preferenza per l'una o l'altra soluzione quanto sui tempi.

Che giudizio date del DM Fer?

Anche sul decreto abbiamo avuto discussioni franche, c'era un tema in particolare, il mini idro, su cui abbiamo preso delle posizioni contro la bozza originaria. Ferma restando l'esigenza della massima tutela dell'ambiente, che condividiamo in pieno, e ferma restando l'esigenza di realizzare impianti di piccola taglia sulla base delle linee guida e delle direttive comunitarie, il passo era stato troppo lungo, di fatto nella bozza si polverizzava un intero segmento industriale. Per questo abbiamo preso una posizione credo abbastanza coraggiosa, perché così facendo abbiamo impresso un piccolo rallentamento nell'approvazione. Posizione che con molta generosità gli associati rinnovabilisti hanno appoggiato. Il provvedimento è uscito significativamente migliorato da questo punto di vista, a seguito di un'ampia discussione che ha visto il contributo di tutte le parti della maggioranza.

Qualcosa poteva andare meglio?

Come sa chi lavora con me, dopo l'approvazione del testo ho smesso di commentarlo. La risposta è che sostanzialmente va bene, ci piace, in quanto si tratta di un ottimo punto di partenza, adesso parliamo di come realizzarlo.

A questo proposito, più volte avete evidenziato che il punto centrale restano gli iter autorizzativi. Crede che il quantitativo di GW previsto dal DM si raggiungerà o a un certo punto inizieranno a mancare i progetti?

Abbiamo un grandissimo problema di rapporto col territorio, è evidente. Su questo abbiamo l'ambizione di dare un contributo: il Piano energia clima prevede molti miliardi di investimenti e tra l'altro presumibilmente ridurrà i costi dell'energia, perché se guardiamo le curve di costo delle ultime aste in Europa siamo ovunque al di sotto o in linea col Pun. Ma gli impianti vanno realizzati in un rapporto diretto con le Regioni e gli altri soggetti competenti. Sono convinto, per come è evoluto il dibattito sull'articolazione di poteri fra centro e territorio, che il tema si risolverà a livello locale. Ci potranno essere linee guida meritevoli, però l'elemento fondamentale sarà il rapporto col territorio. Noi abbiamo lanciato uno studio cercando best case e worst case. Abbiamo avviato un workshop, finora cinque incontri sul territorio e ne faremo ancora. Sono interessanti perché la politica locale partecipa.

Cosa pensa delle aree idonee?

Bisogna lavorare sull'identificazione di aree particolarmente vocate, spiegando che queste non sono le uniche su cui si può intervenire, c'è il repowering eolico mentre per il fotovoltaico stiamo proponendo un rafforzamento delle misure a favore delle bonifiche di capannoni, serre e stalle in ambito agricolo. Cominciamo a lavorare, facendo due o tre cose necessarie, le aste il prima possibile, qualche chiarimento sui processi autorizzativi e il repowering. Le aste ci daranno un primo risultato, se saranno molto buone dal punto di vista dei prezzi cambierà completamente il mood.

E lo saranno?

Questo bisogna chiederlo agli operatori.

Molti prevedono una prima fase in cui saranno smaltiti i progetti autorizzati da tempo, che magari potrebbero fare offerte aggressive, ma poi potrebbero iniziare i problemi...

Sì, qualcuno è preoccupato dagli effetti di quelle autorizzazioni che sono lì da tempo. Ma è il mercato, può darsi che sia un effetto iniziale. Facciamo un paio di giri e vediamo come si stabilizza. Nel contempo se i prezzi saranno buoni inizierà ad essere più evidente l'appetito degli operatori per costruire anche impianti merchant o fare contratti bilaterali.

I Ppa come step 2 dopo la fase delle aste?

Le aste sono un meccanismo di accompagnamento che continueremo ad avere. Ora la nuova Commissione Ue dovrà aggiornare le linee guida sugli aiuti di Stato e do per scontato che il meccanismo delle aste continuerà ad accompagnare il mercato.

Quindi non crede che del DM Fer sarà l'ultimo giro di aste che faremo in Italia?

Personalmente non credo, penso che ci sarà qualche giro.

Nei giorni scorsi in un convegno sui Ppa si respirava tra gli operatori un certo ottimismo sulla possibilità di stipulare accordi di lungo periodo se si ha un progetto autorizzato, lo condivide?

Sì, tra i nostri associati sento ottimismo, naturalmente col problema serio delle autorizzazioni. Sento in effetti operatori che dicono di accontentarsi dell'autorizzazione (con connessione alla rete). Magari all'inizio saranno fenomeni non dominanti sul mercato ma raccogliamo ottimismo anche nei nostri gruppi di lavoro.

Anche lato domanda, che finora si è mostrata prudente?

La domanda fa il suo mestiere, cerca di capire dove vanno i prezzi, vede il mercato come va e, se le piace, entra.

C'è chi si accontenta della sola autorizzazione e chi in aggiunta vorrebbe qualche altra garanzia, ad esempio un offtaker di ultima istanza che ritiri l'energia se il compratore va in default. Ma non è esattamente chiedere poco...

Il mercato è mercato, se no diventa troppo facile. L'esperienza in tanti settori dimostra che dove c'è un eccesso di protezione poi si stimola l'azzardo morale. Vogliamo un mercato che sta in piedi perché ci sono controparti solide. Certamente vanno creati strumenti che evitino situazioni pericolose, non facciamo come sul retail dove abbiamo centinaia di soggetti che probabilmente nel mercato non dovrebbero starci.

Nel contempo andrebbe ricordato che attualmente nel mondo i Ppa sono sottocritti da soggetti con certe caratteristiche dimensionali, e fatalmente il mercato partirà da là, in Europa sta accadendo così. E' giusto l'interesse per forme alternative, consortili, però ci sarà una rampa di apprendimento di questo mercato che richiederà un po' di tempo. Del resto 11 anni da qui al 2030 non sono moltissimi ma nemmeno pochi, facciamo una cosa per volta. Le prime aste, ripeto, sono importanti, non foss'altro per spurgare il mercato da situazioni incagliate che troveranno il loro mercato e si entrerà in una fase a regime.

Sono diffidente verso chi dice che non ce la faremo mai: cominciamo a lavorare e a capire alcune cose semplici che si possono fare.

E sappiamo anche quello che non possiamo fare. Crede possibile la chiusura del carbone in Sardegna nel 2025?

Questo riguarda soprattutto gli operatori coinvolti. E' ovvio che è l'anello più complicato, ma non partirei da questo. Se l'obiettivo è fermare il carbone, cominciamo da La Spezia, Brindisi e dagli altri impianti, per poi arrivare alla Sardegna, che ha da sempre una particolare complessità dal punto di vista energetico. Con gli strumenti che il Pniec si è dato il phase out al 2025 per l'Italia è ambizioso ma si può fare, la Sardegna ha una dimensione di complessità in più, probabilmente anche temporale, però si può fare.

Altra scadenza che incombe è la fine della tutela…

Noi crediamo nel mercato. Nell'associazione la visione su come ci si debba arrivare è abbastanza variegata, abbiamo lanciato un tavolo coordinato dalle principali aziende che operano sul mercato libero, sapendo che ci sono dissensi su alcuni degli strumenti, essenzialmente su come funzionerà col cliente silente. Nel contempo su tante cose siamo d'accordo, ad esempio sul fatto che bisogna andare avanti con la liberalizzazione, che va fatto un grande lavoro di trasparenza e comunicazione, che bisogna “pulire” le bollette, che sono un fondamentale strumento di educazione del consumatore ma più le si “impasticcia” e meno questo aspetto funziona. E che bisogna evitare che sul mercato operino soggetti che non devono esserci. L'elenco venditori è un passaggio importante, ne stiamo dibattendo anche in modo abbastanza caldo ma non penso dobbiamo inventarci cose nuove, in tutta Europa su questo mercato c'è qualche decina di operatori di ragionevoli dimensioni che fanno discretamente il loro mestiere, con eccezioni fisiologiche. Insomma per noi la data del 1° luglio 2020 è bene che sia rispettata, c'è ancora un anno...

Però il Mise ha detto che per l'elenco serve una norma da inserire nel ddl energia, per il quale ci vorrà tempo…

Dipende da quello che si vuole mettere nell'elenco. La nostra visione è abbastanza semplice, basata su criteri tecnico finanziari opportunamente stringenti. Se capisco bene il tema del ddl riguarda alcuni aspetti specifici, non l'insieme dell'elenco fornitori.

Sì, il punto è il rapporto tra sanzioni antitrust e permanenza nell'elenco. Quindi si potrebbe intanto varare l'”albo” e intervenire su questo in un secondo momento?

Per quanto ci risulta si può istituire un elenco con criteri stringenti, cogenti e già in grado di dare un grandissimo contributo al miglioramento del panorama con un DM, non c'è bisogno di passare per una norma di legge. Ovviamente bisogna vedere cosa si vuol mettere dentro l'elenco ma al momento ci sono le condizioni per partire.

L'altro grande tassello mancante è il decreto ministeriale, in particolare sul destino dei clienti silenti, su cui tra le imprese c'è diversità di posizioni.

Sì, c'è diversità. Però credo sia un problema meno rilevante di quanto si creda: in un mercato che funziona, in cui c'è trasparenza, in cui chi resta sul tutelato già oggi è esposto a un mondo più rischioso che nel libero penso che la fisiologia porterà il consumatore a muoversi in grandi numeri verso il libero, qualunque cosa si faccia sul tema del trascinamento.

Ma secondo voi si potrebbe anche non fare nulla, e lasciare che i clienti che non scelgono vadano semplicemente in salvaguardia? L'Autorità ha detto che disciplinerà il servizio entro fine anno, potremmo arrivare al 2020 su questa strada?

Personalmente mi auguro di no, anche perché in questi anni la salvaguardia non si è mostrata uno strumento ottimale. Su questo però la discussione all'interno dell'associazione è ancora in corso, la commissione di cui parlavo è al lavoro e abbiamo la speranza di uscire con una proposta concreta, il lavoro è abbastanza avanti ma non è ancora completo. Ma la priorità numero uno è far funzionare meglio il mercato. Come associazione da parte nostra c'è un grandissimo impegno a far sì che questo sia un mercato trasparente, competitivo, fluido e limiti il rischio di cattivi comportamenti. Crediamo possa esserci un grande sviluppo ma per crescere il mercato deve reggersi su consumatori fiduciosi e consapevoli, e perché lo siano dobbiamo spiegargli le cose e trattarli bene.

Nelle ultime settimane si è registrato un crescente malumore delle piccole imprese sulle norme ecobonus del dl crescita, che prefigurano per le utility un vantaggio competitivo nel mercato dell'efficienza.

Quello che capisco è che la norma non toglie niente a nessuno, dà semplicemente una cosa in più a chi ha le caratteristiche per utilizzarla, ma a beneficio dei consumatori.

Però dà un potente strumento di attrazione dei clienti (lo sconto) di fatto in mano a una sola categoria, mettendo gli altri in implicito svantaggio...

La norma è fatta nell'ottica di consentire a operatori che possono farlo e con tecnologie che già esistono, di ottenere benefici ambientali e di efficienza nelle condizioni migliori per i consumatori, risultati che senza questa norma non potrebbero essere ottenuti.

Eppure anche l'Antitrust dei rilievi li ha fatti e c'è chi vede il rischio che la norma paradossalmente finisca per bloccare il mercato.

La norma ha l'obiettivo di aprire un mondo che stava procedendo con grande lentezza, di aumentare la torta. Ripeto non toglie qualcosa a qualcuno, consente di fare cose che altrimenti non verrebbero fatte. Chi rappresenta il mondo dei fornitori, vedendo la possibilità che si realizzino progetti che altrimenti non partirebbero, dovrebbe essere contento.

Meno se deve girare ad altri un pezzo di margine…

Ma è un margine che oggi non c'è. Questo mondo avrà un'esplosione e per definizione funzionerà con un meccanismo di cooperazione o partnership, chiamiamole come vogliamo. Sta esplodendo per vie orizzontali, per integrazione di tecnologie, e per forza di cose richiederà di trovare partnership con altri soggetti. E' meglio presidiare con tranquillità e un po' di pigrizia un territorio relativamente piccolo o partecipare all'esplosione? Il potenziale rispetto all'oggi è enorme.

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