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Ufficio Studi / Studi e Approfondimenti Elettricità Futura / 29-06-2020

Energia e clima. Ottimizzare la produzione nazionale di energia nell’ottica della sostenibilità

Studio realizzato a novembre 2019 da Aspen Istitute Italia con il contributo di Shell Italia e con il supporto di Elettricità Futura


Lo studio si focalizza sulla sfida relativa al soddisfacimento della domanda energetica e, in parallelo, al contenimento delle emissioni. Ne emerge un quadro in cui è necessario massimizzare tutte le fonti di energia disponibili con l’obiettivo di ridurre la dipendenza energetica del Paese e generare le risorse necessarie per affrontare la fase di transizione e raggiungere gli obiettivi energetico-climatici.

Nei prossimi 20 anni, grazie alle misure messe in campo a seguito degli accordi di Parigi, la traiettoria delle emissioni dovrebbe attestarsi sui 35,9 Gt, ossia un +8,4% rispetto ad oggi. Nel frattempo la ricchezza prodotta cresce ad ritmo sempre più sostenuto: sempre dal 2000 ad oggi, il PIL mondiale è cresciuto del 154%. Mentre dunque il PIL mondiale cresce costantemente, la curva delle emissioni va rallentando la sua corsa: non si registra un vero decoupling, ma certamente due diverse velocità.



L’Italia si è dotata di un corretto mix generativo - gas & rinnovabili - in termini di facilitazione verso la decarbonizzazione Non a caso, grazie a questa struttura produttiva, generare un Kwh di elettricità in Italia è molto meno impattante rispetto ad altri Paesi.

E’ importante il ruolo delle fonti rinnovabili nel minimizzare l’import energetico, ma anche il costante (ed in leggero aumento) ricorso all’import di energia elettrica insieme al cronico ricorso alle importazioni di idrocarburi.



I trend generali relativi all’intensità energetica, alla diminuzione delle emissioni e allo sviluppo delle rinnovabili ci suggeriscono che, per quanto il viaggio sarà ancora lungo e accidentato, non va perso di vista l’obiettivo di lungo termine in quanto la macchina procede con il giusto carburante!

EXECUTIVE SUMMARY 

Mentre la domanda energetica globale cresce e, con ogni probabilità, continuerà a crescere negli anni a venire, i temi della limitazione delle emissioni di gas serra energy related e del cambiamento climatico acquisiscono sempre più centralità nel dibattito pubblico. Nel 2018, in continuità con il trend storico, la domanda energetica globale è arrivata a sfiorare i 14 miliardi di tonnellate di petrolio equivalente (Tep). La crescita è avvenuta ad un tasso doppio rispetto alla velocità media degli ultimi anni: nel corso del 2018 sono stati aggiunti oltre 300 milioni di Tep – l’equivalente dei consumi di due Paesi come l’Italia; le emissioni di CO2 sono aumentate dell’1,7% rispetto allo scorso anno.

La sfida relativa al soddisfacimento della domanda energetica (che alimenta la crescita dei Paesi in via di sviluppo e sostiene quella delle economie mature) e, in parallelo, al contenimento delle emissioni non è di facile soluzione. La stessa misura delle emissioni può dare risposte diverse a seconda degli angoli di osservazione. Oggi le emissioni annue di CO2 si concentrano per il 60% in quattro regioni del Mondo (Cina, USA, Europa e India): sarebbe facile concludere che occorre concentrare gli sforzi proprio in queste regioni.

Ma, per arrivare ad una giusta conoscenza del fenomeno, comprenderne a fondo la complessità e prendere le giuste decisioni, occorre tener conto anche di altri fattori e considerare diversi punti di vista, quali le emissioni pro-capite, che in un certo senso restituiscono una misura indiretta dello stile di vita degli abitanti di un Paese, il percorso storico che ha contribuito all’accumulo di CO2 in atmosfera, nonché le emissioni indotte dai consumi di un Paese su altri mercati (effetto delle importazioni e della delocalizzazione produttiva). La Svezia, per esempio, è un Paese virtuoso in termini ambientali (le emissioni di CO2 sono diminuite ad un tasso del 2,5% all’anno negli ultimi 10 anni) ma, a causa delle importazioni, necessarie a sostenere l’alto tenore di vita del cittadino medio svedese, genera e sostiene emissioni altrove, ad esempio nei mercati asiatici, che in effetti sono esportatori di CO2. Si tratta dunque di un problema molto complesso già nella fase di misurazione, ancor prima di addentrarsi nelle modalità, nei tempi e nei costi relativi alla transizione.

Basti pensare che, per rispettare la curva di emissioni necessaria per raggiungere gli obiettivi climatici, al 2040 occorrerebbe registrare emissioni pari a quelle del 1977, quando il Pianeta (in termini di popolazione, ricchezza prodotta e consumi energetici) era decisamente più piccolo di oggi e, a maggior ragione, di quanto lo sarà nel 2040. Non si tratta di un invito a rinunciare a trovare una soluzione – gli obiettivi sanciti da COP21 in termini di contenimento delle emissioni di CO2 in atmosfera sono ancora tecnicamente raggiungibili – quanto di un monito ulteriore, più che mai attuale, a diffidare di soluzioni semplici a problemi complessi. La lotta al problema del riscaldamento globale restituisce anche rimandi positivi.

Negli ultimi 20 anni, precisamente dal 2000 ad oggi, le emissioni energy related sono passate da 23,1 Gt a quasi 34 Gt: un impressionante +43,5%. Nei prossimi 20 anni, grazie alle misure messe in campo a seguito degli accordi di Parigi, la traiettoria delle emissioni dovrebbe attestarsi sui 35,9 Gt, ossia un +8,4% rispetto ad oggi. Nel frattempo la ricchezza prodotta cresce ad ritmo sempre più sostenuto: sempre dal 2000 ad oggi, il PIL mondiale è cresciuto del 154%. Mentre dunque il PIL mondiale cresce costantemente, la curva delle emissioni va rallentando la sua corsa: non si registra un vero decoupling, ma certamente due diverse velocità. Continua a leggere...

Lo studio completo è disponibile al seguente link

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