Il mercato globale delle tecnologie per la produzione di energia pulita sta attraversando una fase di espansione senza precedenti, ma la dimensione quantitativa della crescita non racconta l’intera storia. A cambiare in profondità è il terreno su cui si gioca la transizione: non più soltanto diffusione delle tecnologie e riduzione dei costi, bensì controllo delle filiere, capacità manifatturiera e competitività industriale.
Secondo il report Energy Technology Perspectives 2026 pubblicato da IEA (International Energy Agency), nel 2025 il valore complessivo dei principali comparti clean – rinnovabili, veicoli elettrici, batterie, pompe di calore, elettrolizzatori – ha raggiunto circa 1.200 miliardi di dollari, con una crescita media annua del 20% nell’ultimo decennio. Le proiezioni al 2035 indicano un’ulteriore espansione fino a 2–3 mila miliardi di dollari: una dimensione comparabile, e in alcuni scenari superiore, a quella degli attuali mercati globali dei combustibili fossili.
La spinta principale resta l’elettrificazione. L’abbattimento dei costi di solare ed eolico ha reso queste tecnologie competitive con carbone e gas nella maggior parte dei mercati avanzati e in porzioni sempre più ampie delle economie emergenti. In parallelo, il calo dei prezzi delle batterie – oltre il 70% rispetto a dieci anni fa – ha trasformato la mobilità elettrica in un segmento industriale di massa. Nel 2025 circa un’auto su quattro vendute nel mondo è elettrica, ma la distribuzione geografica di questo mercato è fortemente sbilanciata: la Cina da sola concentra la quota largamente prevalente della produzione e del valore aggiunto.
È proprio su questo punto che la dinamica di crescita incontra una prima linea di frizione. Le filiere delle tecnologie pulite risultano oggi fortemente concentrate, soprattutto nelle fasi produttive più critiche. Batterie, moduli fotovoltaici, elettrolizzatori e componenti chiave lungo le catene del valore vedono una presenza dominante di pochi Paesi, con la Cina in posizione centrale. Questa concentrazione introduce elementi di vulnerabilità che vanno oltre il dibattito tradizionale sulla transizione energetica. La dipendenza da un numero ristretto di fornitori espone i sistemi industriali a rischi economici e geopolitici, in particolare in caso di shock commerciali, restrizioni all’export o tensioni geopolitiche. Le tecnologie pulite, da motore della decarbonizzazione, diventano così anche un fattore di sicurezza economica.
Negli ultimi anni, la risposta dei governi è stata un rafforzamento esplicito delle politiche industriali. Stati Uniti, India e Unione Europea hanno introdotto strumenti di sostegno alla produzione domestica, incentivi mirati e, in alcuni casi, misure di difesa commerciale. L’obiettivo non è soltanto accelerare la diffusione delle tecnologie, ma ricostruire capacità manifatturiera, trattenere valore economico e ridurre le dipendenze strategiche.
Questo riassetto non elimina però il ruolo del commercio internazionale, che resta strutturale per l’equilibrio del sistema. Anche in uno scenario caratterizzato da maggior intervento pubblico e politiche industriali più assertive, gli scambi globali di tecnologie pulite sono destinati a crescere in modo significativo nel prossimo decennio. La questione non è quindi chiudere le filiere, ma decidere come governarle: con quali partenariati, su quali segmenti, e con quale distribuzione dei rischi.
Per l’Europa la sfida è particolarmente delicata. Pur in presenza di obiettivi climatici ambiziosi e di un quadro normativo sempre più orientato alla neutralità tecnologica e industriale, il continente continua a scontare un divario competitivo legato ai costi dell’energia, alla scala produttiva e alla frammentazione degli strumenti di sostegno. Senza un rafforzamento strutturale delle filiere – dalla produzione di componenti all’accesso ai materiali critici – il rischio è che la transizione si traduca prevalentemente in domanda di tecnologie prodotte altrove.
Più incerto, infine, appare il percorso delle tecnologie meno mature. Idrogeno a basse emissioni, cattura e stoccaggio della CO? e materiali industriali a emissioni quasi nulle avanzano in modo selettivo, con progetti concentrati dove condizioni di mercato e sostegno pubblico risultano già favorevoli. I costi restano elevati, i margini industriali compressi e la distanza tra annunci e decisioni finali di investimento continua a rappresentare un elemento di incertezza.
Nel complesso, secondo IEA la transizione energetica sta entrando in una fase in cui la velocità di diffusione delle tecnologie non è più sufficiente a garantire risultati economici e industriali equilibrati. La capacità di presidiare le filiere, di diversificarle e di renderle resilienti diventa il principale discrimine tra chi partecipa alla crescita del nuovo sistema energetico e chi ne sostiene i costi senza intercettarne i benefici.
Il report completo è scaricabile qui.